Home » Blog » Il Judo nel Dojo » Il Judo nel Dojo: perché il Kata è complementare al Randori

Il Judo nel Dojo: perché il Kata è complementare al Randori

La pratica nel Dojo è fondamentalmente costituita da quattro elementi essenziali. Tutti questi quattro metodi, sono strettamente correlati tra di loro, il progresso su uno di questi quattro inevitabilmente si ripercuote sugli altri.

Koji (Corso Magistrale)
Mondo (Scambio di domande e risposte)

Kata (Esercizi con sequenza predefinita di attacchi e difese)
Randori (Esercizio libero in cui si studia l’applicazione delle tecniche)

L’insegnamento del Judo attraverso Koji

Nella vita del Dojo Koji è il momento propizio per esaminare una situazione in parte complicata, l’insegnante deve saper utilizzare questi due metodi pedagogici e deve proporre una costante riflessione per trovare una soluzione al problema in questione. Koji è anche un mezzo per rilevare la responsabilità delle persone nell’affrontare le differenti situazioni. Il carattere “Ko” di Koji è lo stesso di “Ko-do-kan”.

J.Kano, non ha certamente utilizzato a caso l’ideogramma “KO”, questo denota quanto lui per le sue qualità intellettive e suppongo anche per la sua formazione accademica utilizzi un approccio all’insegnamento del Judo dando un grande valore all’allenamento intellettuale.

Ci sono due maniere di fare “Koji” e secondo a chi ci si rivolge, bisogna scegliere quale utilizzare.

L’uno s’indirizza a chi già pratica il Judo.

L’altro consiste nello spiegare a persone che non praticano ma che vogliono sapere di che cosa si tratta.

Per fare una buona esposizione bisogna avere definito per prima lo scopo e poi aver scelto gli strumenti necessari e saper spiegare agli allievi il loro impiego e la loro pertinenza. Koji e Mondo, che il fondatore J. Kano, usava con i suoi allievi, mirava a far comprendere il significato profondo del Judo dentro e fuori dal Dojo.

Nella metodologia il fondatore J. Kano suggerisce: “L’insegnamento intellettuale di Koji e Mondo, deve essere separato dalla pratica di Kata e Randori”.

La formazione dell’insegnante di Judo è fondamentale nell’uso di Koji e Mondo.

Il Maestro di Judo per usare in maniera efficace Koji e Mondo, deve essere preparato sul piano culturale, possedere una buona dialettica e anche una notevole capacità oratoria.

L’importanza di non trascurare l’allenamento intellettuale

Nel Judo, proporre una pratica esclusiva solo di Kata e Randori, o addirittura di Randori e Shiai, è un errore che non deve essere commesso la parte teorica, è tanto importante quanto quella pratica: “Non c’è possibilità di applicare nessuna tecnica, senza che questa sia supportata da un principio teorico dietro e viceversa”. Questi due aspetti del Judo devono essere complementari.

Koji è un progetto d’educazione intellettuale dei praticanti che prende il nome di: “chitoku iku”.

J. Kano arriva a utilizzare la parola “Kunwa” (discorso moralizzatore) per definire certi tipi di “Koji”.

Dalla fondazione del Kodokan nel “Dojo” io do talvolta una conferenza, dove mostro l’aspetto morale. A volte spiego il principio di una tecnica, dimostro il vero “Kata” a volte rendo evidente il vero senso del Judo a volte parlo delle buone maniere ovvero di modi di comportamento da utilizzare nella vita sia come membro del Kodokan che come uomini.

Jigoro Kano

L’insegnamento del Judo attraverso Mondo

Mondo, prende la forma di una discussione informale, in cui l’allievo pone delle domande al Maestro che dovrà essere in grado di dare risposte esaurienti.

Si può affermare che in qualche modo questo metodo pedagogico “giapponese” sotto forma di domanda e risposta riprende la dialettica del filosofo greco Socrate: secondo quanto riportava Platone, il Maestro attraverso la tecnica della Maieutica, utilizzata da Socrate, aiutava l’allievo a realizzare una verità oggettiva, questa metodologia che prende il nome di Maieutica (termine usato una sola volta da Platone), consiste nel far partorire al nostro interlocutore (in questo caso l’allievo) l’idea più giusta relativa all’argomento di cui si tratta.

Socrate eminente filosofo greco raccontato dal suo allievo Platone, è stato un punto di riferimento e ha influenzato molto il fondatore del Judo Jigoro Kano.

L’esercizio Mondo nel Judo, è un metodo che si fa sia nel Dojo sia fuori da questo luogo quando la situazione lo richiede, se da un lato per l’allievo è un modo per ottenere delle risposte dall’altro è utile al Maestro per verificare il livello di comprensione del “discepolo”.

L’obiettivo di Mondo in tre punti essenziali

  1. Guidare correttamente il processo educativo e di crescita del bambino, del ragazzo, del giovane e dell’allievo adulto sia nello spirito sia nel fare le cose con l’obiettivo di comprendere il principio che regola l’azione.
  2. Indirizzare l’allievo a livello mentale a pensare in maniera autonoma.
  3. Stimolare chi ha poca attitudine all’attenzione, altrettanto di discernimento e di comprensione di ciò che è passato, di ciò che è in tempo reale (presente) e di ciò che succederà dopo (futuro). Mondo dovrebbe aiutare l’allievo a saper valutare le conseguenze delle proprie scelte.

Mondo: è anche un metodo utilizzato nello Zen della setta Rinzai, il fondatore dello Judo confesso di essersi inspirato ai metodi utilizzati da questa setta Buddista.

Kano spesso ricorda agli insegnanti di Judo che l’obiettivo non è quello di mettere dentro l’allievo, i contenuti, le conoscenze, i concetti ecc… ma insiste particolarmente sul fatto che sia Mondo sia Koji, devono verosimilmente essere usati al fine di far acquisire agli allievi i mezzi intellettuali per utilizzare un pensiero logico e razionale.

Il Randori e il Kata nel Judo

Kata e Randori costituiscono la parte essenziale della pratica del Judo questi due esercizi essendo la prima applicazione codificata e l’altro esercizio libero, insieme costituiscono una pratica equilibrata sarà molto importante dare anche la giusta posizione a entrambi per apprendere il Judo Kodokan.

Nel Randori in particolare ci si confronta sia sul piano fisico sia tecnico ma anche psicologico.

Il Randori sia sul piano fisico che tecnico

Nel Randori sul piano fisico si tende a far lavorare la maggior parte dei muscoli del corpo tuttavia sia per ragioni di applicazioni delle tecniche sia per ragioni di utilizzo della parte destra quanto quella sinistra al fine di un uso equilibrato del corpo, questo esercizio non raggiunge la perfezione.

Se vogliamo dare qualche indicazione sul modo di fare il Randori, una di queste è quella di assumere una posizione tra le altre la meno dispendiosa e la più utile in termini di mobilità, questa posizione si chiama Shizentai di conseguenza non è interessante sviluppare posizioni difensive dove si tende a portare il bacino indietro, la testa abbassata, gambe piegate ecc… il tutto per non cadere e basta.

Nel Randori è necessario favorire un atteggiamento mentale che consiste nel mettere tutte le proprie unità di attenzione verso una strategia di attacco e non ha importanza se questo all’inizio comporta dover subire le tecniche del proprio partner.

Nel momento in cui siamo concentrati a difenderci perdiamo la nostra capacità di attacco. Il principio consiste nel trovare il modo più efficace per fruire dell’attacco del proprio compagno.

Il fondatore J. Kano, molto spesso fa rilevare che i praticanti dell’epoca poiché avevano una scarsa conoscenza degli Ukemi (Cadute) (purtroppo ancora oggi è così) le temevano e facevano di tutto pur di non cadere, questo comportava che per evitare le cadute non mettevano l’attenzione nell’attacco ma tendevano naturalmente a difendersi.

Il Randori sul piano mentale e spirituale

Nel Randori sul piano mentale e spirituale il judoka è stimolato ad adattarsi alle situazioni che sono mutevoli, la scelta di strategie e di tecniche sviluppa le capacità di adattabilità alle circostanze.

Nel Randori s’insegna l’umiltà quando si parla di etica per esempio, si tratta di insegnare alcune cose importanti per l’allievo che deve imparare a non inorgoglirsi delle proprie vittorie, né a scoraggiarsi davanti alle proprie sconfitte, sia l’una sia l’altra sono entrambi utili al miglioramento di se.

Trovo deprecabile, dal punto di vista del vero obiettivo del Judo, pensare troppo al combattimento per ottenere la vittoria immediata questo comporta dover saltare delle tappe fondamentali per la crescita futura dei praticanti.

Dal punto di vista spirituale, sia gli insegnanti sia gli allievi non devono cadere in questa trappola al fine di soddisfare il proprio ego e l’ambizione di vincere subito, bisogna evitare quest’atteggiamento che porta a nessun risultato futuro, per adottare una metodologia di allenamento che mira a ottenere la vittoria nel lungo periodo.

Il principio che sovrintende questo “modus operandi” è che ciò che arriva in breve tempo, se ne va presto e nella maggior parte dei casi si corre il rischio di riportare traumi importanti da compromettere la salute futura del corpo: “Questo comportamento pregiudica la crescita tecnica futura dell’allievo”.

Al contrario: “Ciò che arriva dopo un lavoro graduale e a lungo termine, ponendo attenzione sui fondamentali questo farà raggiungere un livello più alto e in ordine di tempo sarà molto più duraturo”.

Jigoro Kano

Si tratta di imparare a considerare il rapporto tra noi stessi e gli altri.

Inoltre lo sviluppo della capacità di comprendere il pericolo e apprendere a stare di fronte a questa situazione senza avere paura è molto importante per acquisire la padronanza di se l’autostima e la sicurezza dei propri mezzi. Ciò che si deve fare in questi casi è continuare semplicemente a percorrere la “Via”.

Il Kata nel Judo

Nel Kata in particolare nel Nage no Kata, Tori e Uke assumono un ruolo definito per esempio, chi attacca è di solito Uke tranne qualche situazione in cui è Tori che prende l’iniziativa.

Ciò che avviene alla fine è che Tori utilizza un principio di azione che costringe il suo Uke ad abbandonare il suo ruolo iniziale di Tori.

Nel Kata si rappresentano scene di combattimento che si possono ripetere a proprio piacimento fino a che non si è compreso il principio che sovrintende la situazione di combattimento rappresentata.

Nel Kata come studio della strategia di combattimento, abbiamo il vantaggio di poter ripetere continuamente l’azione e questo non solo va a colmare ciò che non è facilmente ripetibile nel Randori ma ci consente per esempio di praticare strategie di combattimento con tecniche che per diverse ragioni non utilizziamo o non riusciamo ad applicare nel Randori.

Il Fondatore J. Kano afferma: “Io ho deciso che lo studio e la pratica di Kata e Randori, sono necessari poiché studiando correttamente il primo, acquisiamo maggior esperienza anche nel secondo”.

La pratica dell’esercizio di forma fa comprendere all’allievo come utilizzare meglio il Randori che a quel punto diventa più fruttuoso e realistico ai fini del miglioramento tecnico, tuttavia se lasciamo gli studenti liberi di praticare secondo la loro discrezione è sicuro che la maggior parte di loro praticherà solo il Randori e sarà negligente verso lo studio del Kata.

Considerazioni

Sia il Kata (Esercizio preordinato di forme tecniche) sia il Randori (Applicazione libera delle tecniche e delle strategie di combattimento del Judo) come il Koji (conferenza che induce l’allievo a riflettere) e Mondo (metodo d’insegnamento sotto forma di domanda e risposta), tutti questi metodi d’insegnamento, in particolare quelli riguardanti l’aspetto intellettuale, devono incoraggiare negli allievi la voglia di sapere e di apprendere l’essenza del Judo.

In effetti, il Judo essendo un metodo abbastanza complesso da essere insegnato, è necessario semplificare il più possibile il percorso: l’insegnante, deve saper scegliere esercizi pratici adatti all’età e al livello tecnico dei praticanti inoltre è necessaria una conoscenza di argomenti teorici riguardanti la tecnica, il “Randori”, il “Kata”.

Tali strumenti tecnici, didattici, pedagogici, vanno rigorosamente utilizzati gli uni dopo gli altri, con grande sapienza e altrettanta maestria.

Nell’insegnamento del Judo ognuno di questi aspetti deve occupare il tempo necessario; la Filosofia, la Politica, la Società, l’attitudine all’Etica, sono tutti importanti e compongono il progetto educativo del Judo.

4 commenti su “Il Judo nel Dojo: perché il Kata è complementare al Randori”

  1. Buongiorno maestro Croceri mi permetto di accogliere il suo invito ad intervenire.
    E’ da molti anni che non pratico più con regolarità in una palestra di judo e questo mi spiace, ciò nonostante ho sempre seguito il judo in un modo o nell’altro anche solo pensando alle possibili applicazioni, nel fare ju jitsu o tai chi o semplicemente riflettendo davanti a un libro o a un filmato o usando l’immaginazione.

    Apprezzo molto coloro che analizzano il judo cercando di andare oltre all’aspetto sportivo della disciplina, ma il problema del judo di oggi e forse anche del passato è proprio l’aspetto sportivo.

    Parlerò senza fronzoli anche perché diversamente non riesco a parlare.
    Bisogna che il judo finisca di cantarsela e suonarsela. Oggi assistiamo a parecchie discipline come l’architettura, la medicina, l’ingegneria dove i reciproci luminari si confrontano in convegni: architetti fra architetti, medici fra medici, ingegneri fra ingegneri. Taluni di questi straordinari esempi di intelligenza mentre continuano a dare prove misere della loro capacità, si fanno forti della partecipazione a questo o a quel convegno per rappresentare a se stessi e agli altri le loro capacità.

    Io credo nell’interdisciplinarità per una migliore crescita professionale e umana.

    Posto che nel judo si ritrovano finalità (vedi l’allenamento al combattimento reale) che troviamo in altre discipline marziali e sportive, se davvero si persegue una reale crescità del judo come disciplina etica e di utilità pratica, occorre uscire decisamente dall’equivoco che l’allenamento sia diretto ad ottenere l’ippon in un randori o in shiai.

    Se si organizzassero incontri amichevoli con pugili, karateka, praticanti di aikido, tai chi ecc. per cimentarsi nei loro allenamenti, verrebbero alla luce tutte le contraddizioni degli attuali atteggiamenti e insegnamenti del randori e delle metodiche di allenamento nella lotta al suolo, nei kata, o in alternativa, per non parlare di contraddizioni bisognerebbe far chiarezza su cosa serve a cosa.
    Perché parlare di forza e non di energia? La forza ha un verso e una direzione. L’energia non ha né verso, né direzione. Il judo parla di miglior uso dell’energia, perché allora s’insiste con l’usare la forza come paradigma?
    A cosa serve mettersi proni? Perché allenare attacchi per fronteggiare una posizione assurda?

    Facendo riferimento al solito esempio delle anche ritratte e il corpo proteso in avanti, esso serve benissimo allo scopo di non essere proiettati e se vediamo la pratica del randori nel senso di cercare di proiettare senza venir proiettati, quell’atteggiamento è perfetto, almeno per il secondo scopo; è talmente efficace che viene utilizzato anche nelle competizioni sportive. Occorre un salto culturale per capire che il randori è un allenamento e non una competizione; non può essere un po’ questo e un po’ quello: è un allenamento e basta, non c’è sconfitta nel randori. Ci può essere sconforto, mancanza di risultati, scoraggiamento, ma non sconfitta, quindi nemmeno vittoria.

    Non è nemmeno un allenamento allo shiai, anzi incredibile a dirsi e a vedersi, lo shiai dovrebbe essere a sua volta un allenamento, più duro, più vicino dal punto di vista emotivo al combattimento reale, ma pur sempre un allenamento.

    Ecco che forse bisognerebbe interrogarsi sul fatto che oggi la società intera sia capace di recepire un messaggio del genere. Forse sarebbe meglio abbandonare i circuiti attuali per le competizioni che sono figli dell’intendere gli sport come strumenti per produrre sconfitti e vincitori, che non producono salute e che non possono concepire un’attività che concepisce lo sport come mezzo e non come scopo.

    Il vero obiettivo è il combattimento reale.

    Buon lavoro.

    1. Buongiorno Luca,
      Provo a rispondere punto per punto al suo messaggio di cui ti ringrazio:
      1) – Caro Luca, il tuo intervento mi da l’occasione di esprimere alcuni concetti utili secondo me a fare chiarezza sul Judo che io conosco. Prima di tutto mi dispiace se non riesci ad avere una pratica continua e costante ma al di là di questo, anche se non riesci a praticare regolarmente comunque sia se abbiamo capito bene il significato del Judo ci accorgiamo che la più parte del Judo viene praticato fuori dal Dojo, ogni giorno nella vita attraverso le nostre relazioni sociali, nel nostro saper fare ecc…
      2) – L’aspetto sportivo del Judo, sono d’accordo con la tua analisi, su questo tema purtroppo per diverse ragioni forse perché questo aspetto richiede “meno impegno ad apprendere il Judo nella sua completezza”, molti praticano la nostra disciplina senza averne una reale comprensione.
      3) – Caro Luca l’interdisciplinarietà sicuramente è utile in generale, nel nostro caso, credo che prima di tutto bisogna conoscere bene la nostra disciplina (Il Judo). Questo è un obiettivo su cui puntare, poi semmai possiamo come ha fatto il nostro fondatore J. Kano indagare in altri campi per arricchire, per incrementare le nostre conoscenze, la ricerca è importante in ogni campo.
      4) – L’equivoco: L’allenamento diretto ad ottenere l’Ippon in un Randori o in Shiai: Il Judo nel Dojo prevede che gli allievi devono tendere a raggiungere quelle abilità che gli consentono di fare IPPON ma questa parola ha un grande significato nel caso della pratica è una proiezione o lancio che ha determinate caratteristiche: Velocità, Controllo, Decisione ecc… ma l’IPPON è qualcosa di più, ho raccolto materiale sul significato di questo termine che ti assicuro è molto interessante.
      5) – Il Merito alla Forza che in questa accezione è un aspetto dell’energia, J. Kano dice: “Non si biasima l’uso della forza ma si persegue un obiettivo più importante e continua: la Forza non deve essere sprecata, si deve usare solo quella necessaria a raggiungere l’obiettivo qualunque esso sia. J. Kano usa come un mantra il Principio Fondamentale del Judo e cioè:Seiryoku zen’yo.
      6) – Sul mettersi nella posizione “proni”, sicuramente se parliamo di combattimento reale non ha molto senso, sono d’accordo con te, quella è solo una convenzione che ha ragione di essere in funzione del combattimento sportivo.
      Io penso che si debba insegnare il Judo tutto compreso lo Shiken shobu no waza (Combattimento reale) dopo di ché il giorno che si fa una gara sportiva per ragioni di regolamenti ci si comporta di conseguenza.
      7) – Caro Luca, ulla base del Principio menzionato sopra Seiryoku zen’yo la posizione diritta del corpo è la migliore da usare sia nell’attacco che nella difesa essa è la meno dispendiosa, la più mobile.
      8) Il Randori è un esercizio del Judo e va compreso e appreso, questo esercizio che è il più importante, non va confuso con lo Shiai
      9) – Lo SHIAI: è un allenamento, più vicino dal punto di vista emotivo al combattimento reale, ma pur sempre un allenamento. Questo è vero lo SHIAI è un’altro esercizio che insieme agli altri concorre alla formazione dell’essere umano.
      10) – Lo Sport come strumento per produrre sconfitti e vincitori, che non produce salute e che non può concepire un’attività sportiva come mezzo e non come scopo.
      Su questo rispondo che il problema è culturale, lo Sport in generale, il Judo in particolare, dovrebbe servire a formare uomini sani e utili alla Società quindi lo Sport del Judo, va visto come un mezzo e non come un fine.
      11) – Lo studio sia pure nella finzione all’interno di un Dojo del combattimento reale, dal mio punto di vista è anch’esso uno strumento e non un fine.
      Ti ringrazio per il tu intervento sono sempre disponibile al confronto spero di avere risposto e di essermi fatto capire.
      Saluti
      Corrado Croceri

      1. Innanzitutto la ringrazio per la sua risposta.
        Mi sembra che lei non si discosti di molto dal mio pensiero sul judo.

        Cos’è il judo oggi? Cosa dovrebbe essere?
        Cerco di esprimere la mia visione del judo facendo da ponte fra le due domande.

        Oggi il judo è, forse con qualche eccezione, concepito come uno sport. Nello sport ci si allena per migliorarsi, tenendo conto delle regole delo sport che si pratica e delle regole del medesimo. Poi esiste una fase che si chiama competizione dove si cerca di vincere nel rispetto di queste stesse regole.

        Il judo per me non è uno sport invece.
        Ci sono delle regole, ma esse non servono a descrivere l’attività che si svolge, come avviene in uno sport, ma servono unicamente a non ferirsi.
        L’attività non ha a che fare con tali regole, ma è volta a costruire capacità utili nel combattimento reale.
        Le tecniche non sono tecniche di combattimento reale, ma strumenti per il l’allenamento al medesimo.

        A questo scopo esse non devono tradire il principio stesso dell’allenamento, ecco che non è possibile accettare come judo ogni tecnica o posizione o atteggaimento che pur rispettando le regole dell’allenamento non sia conforme al fine da raggiungere.

        Per questo dico che la lotta a terra come concepita oggi (quella che ho visto io ovviamente), le tecniche di proiezione trasformate in cadute volontarie del corpo (come ko uchi gari e o uchi gari solo per citarne alcune), l’eccessivo uso di prese particolari e la più generale trasformazione del judo in uno sport simile alla lotta (dove si fa forza e contatto con buona parte del corpo anche prima della reale applicazione delle tecniche*), non sono judo secondo la mia personalissima visione.

        * Lo shizen hontai impedisce, fra l’altro, di fare contatto con altre parti del corpo che non sia la superficie delle mani, fino al contatto di un’altra parte solo nella realizzazione della tecnica.

        Si è generata una certa confusione fra scopo e mezzo e una non chiarezza di quali siano i mezzi leciti in senso generale. Per questo dico che occorrerebbe il confronto con altre discipline che dovrebbero condividere con il judo il fine o almeno uno dei suoi fini, cioè il combattimento reale.
        Per confronto non intendo una competizione, ma una verifica delle proprie capacità praticando insieme, questo non per fare un pasticcio, ma per verificare quanto si è lontani o vicini dall’obiettivo da raggiungere. Forse in questo modo si sposterebbe l’obiettivo dalla gara di judo al combattimento reale e con ciò al benessere psicofisico ecc.

        La mia è e vuole essere solo una riflessione.

        Cordiali saluti.
        Luca

    2. Pingback: Kata, randori e shiai – Allaboutthemat

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *