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Judo e poi… Judo!

Marina Stortini con il Fratello Matteo Stortini mentre esegue un'immobilizzazione "Hon kesa gatame"
Marina Stortini con il Fratello Matteo Stortini mentre esegue un’immobilizzazione “Hon kesa gatame”

Non sentire la fatica né lo sforzo, non notare lo scorrere del tempo, voler continuare l’allenamento “ad libitum” (a volontà), per ore… Ogni sera vissuta nel dojo è trascorsa così, abitando un mondo remoto, antico e concreto.

Il judo è un’armonia, una necessità che integra il mio vivere quotidiano da quasi un anno, mesi in cui il judo mi ha caricato e scaricato, mantenendo la mia energia vitale sempre incandescente.

Ho intrapreso questa nuova esperienza nell’ottobre 2005 e giorno dopo giorno mi sono immersa in un nuovo universo: quello della via della cedevolezza. Questo è il significato di “judo”, un concetto che inizialmente mi rimaneva astruso, non riuscendo a capire cosa potesse significare la cedevolezza applicata ad un’arte marziale, intendendola quasi come una contraddizione, un accostamento forzato, un ossimoro. Col passare delle settimane, dei mesi, ho invece capito che è un concetto non sterilmente sportivo, ma che pervade ogni aspetto del pensiero del judo e allo stesso tempo del vivere quotidiano e sociale.

Solo dopo tre mesi dal mio incontro con questa disciplina è successo l’imprevedibile: un infortunio mi ha tenuto per un po’ lontano dal “Tatami” (Tappeto specifico per la pratica del Judo).
E confesso senza vergogna che quando il mio ortopedico mi ha esposto la fredda realtà che sarei dovuta restare per quattro lunghi mesi senza allenarmi, sono scese inevitabili quelle lacrime che non avevano neppure velato i miei occhi qualche giorno prima, quando mi ero infortunata o quando avevo subito l’intervento.

Fortunatamente in “soli” 79 giorni sono riuscita a tornare sul tatami. Quel giorno, salendo le scale per arrivare nel Dojo (luogo appositamente attrezzato per la pratica del Judo), mi sembrava di vivere un sogno. I primi allenamenti sono stati duri, e tornavo a casa zoppicante, ma la felicità di poter di nuovo vivere questo mondo dall’interno era troppo vivida e coinvolgente.

A giugno ho anche avuto l’opportunità di vedere da vicino il mondo tipicamente sportivo del judo e di poterlo confrontare col mio ancor modesto bagaglio, con la purezza di chi è estraneo ad un mondo di competizione.

Per me il judo sta lentamente diventando un’esperienza totalizzante, che mi regala emozioni in palestra e nella vita quotidiana, ogniqualvolta mi accorgo di esser riuscita a mettere in pratica quella interiorità e consapevolezza dei miei mezzi che quest’arte propone.

A volte mi capita di scendere dal Tatami con la coscienza di un seppur minimo miglioramento, altre in cui invece percepisco i miei limiti e, pur cercando di superarli, resta l’amarezza di non essere in grado di esprimere al meglio ciò che ho ben chiaro in mente, non avendo ancora acquisito a pieno il distacco necessario per controllare completamente il mio corpo.

Per me il dojo non è la asettica palestra in cui si apprendono le tecniche, ma è il luogo in cui ho l’opportunità di specchiarmi nelle mie capacità, nei miei errori e tendere sempre al miglioramento, adattandomi alle situazioni.

Ho iniziato il Judo come sport e ora mi trovo a praticare una disciplina di vita.

Forse è per questo che, con lo scorrere dei mesi, la mia passione si rafforza, come pure la mia tenacia.

«Si può essere forti nel fisico, ma molto deboli dentro ».

Questa affermazione del Maestro mette in luce l’obiettivo fondamentale del judo: l’interiorità. Io spero di apprendere innanzitutto il judo come pensiero, perché questa arte insegna l’umiltà, e al contempo la forza, di sentirsi alla pari, sia nelle circostanze che la vita ci mette davanti “ex abrupto” (all’improvviso) che con le persone che ci circondano, sia nel lavoro, come pure nello studio. Insegna il distacco mentale dalle situazioni per trovare il giusto strumento, insegna a non sprecare energie, a sfruttare al massimo ogni momento per ottenere l’Ippon (termine tecnico che nel Judo viene usato per rappresentare una esecuzione magistrale della tecnica), quasi riprendendo il “carpe diem” (afferra l’attimo) oraziano, insegna a mettere in grado la mente di calibrare e di avere il controllo.

Il judo insegna a non darsi mai per sconfitti, a sfruttare tutte le proprie potenzialità, a ribaltare le situazioni sfruttando anche gli errori altrui, ad adattarsi. Questo aspetto mi affascina perchè anche una ragazza di 1 metro e 60 come me ha l’oppotunità di avere il controllo della situazione e dell’ipotetico avversario.

Io sto ritrovando il judo anche nella vita al di fuori del Dojo e non penso ad una semplice coincidenza, ma al fatto che questa arte ha allargato il mio sguardo, anche se per ora mi muovo col lumicino di un minatore in una caverna immensa e buia.

Nel judo ho scoperto il contatto fisico che nella società odierna si è perso, un contatto che permette di affrontare senza imbarazzo né timori qualsiasi relazione o faccia a faccia.

Il judo sviluppa le potenzialità di un bimbo come pure quelle di un esperto conoscitore di questa arte, restando intatta la quintessenza che governa questa disciplina.

Nel dojo ho trovato la disponibilità di tutti, dei ragazzi e del Maestro.

Il Maestro ha l’umiltà e l’orgoglio di mettere a disposizione la sua esperienza e non si limita egoisticamente a trattenere per sé la sua conoscenza, ma la divulga con la passione e l’intelligenza di chi sa di aver trovato una strada lunga e faticosa, ma allo stesso tempo rigenerante e ricca di emozioni.

Il judo non è semplicemente uno sport, né un “divertissement” cartesiano, ma è educazione e rispetto, è conoscenza e divertimento, è forza e morbidezza, è concentrazione, è emozione, è una parafrasi della vita, è un “odi et amo” catulliano,  il judo è ……è!

Il judo non è solo “corporis exercitatio” (esercizio del fisico), ma è un salice che si piega sotto il peso della neve.

Se dopo quasi un anno io sia migliorata, beh, questo giudizio spetta al Maestro, ma io sono sicura che questa disciplina ha rivoluzionato il mio modo di pensare, di affrontare le circostanze, rendendomi più flessibile, adattabile.

Il mio unico rimpianto resta quello di non aver incrociato prima la strada di questo mondo speciale, fatto di odori, fatica e impegno, ma soprattutto di principi e interiorità che finora mi è stato difficile trovare altrove.

Ah, e se fosse vero ciò che mio padre mi ripete spesso: « Se avessi lo stesso spirito, lo stesso impegno e l’allegria che metti nel judo, chissà dove saresti ora con le Scienze Giuridiche…»???

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